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 Laura Aldorisio

Liti all’ordine del giorno. E c’è chi cerca di sciogliere i nodi. Non sono psicologi e non sono avvocati. Sono mediatori. Il loro lavoro è supportare chi, in conflitto con una o più persone, vuole raggiungere un risultato preservando la relazione in ambito familiare, civile e commerciale. La mediazione può essere obbligatoria, volontaria o demandata dal giudice. Quella familiare è volontaria, ma sono sempre più i casi in cui interviene il mediatore. L’Istat conta in un solo anno l’incremento dei divorzi da 52.355 del 2014 a 82.469 del 2015, un’impennata dovuta soprattutto all’entrata in vigore a metà 2015 del divorzio breve.

«Tutti tendono a pensare che le coppie che si separano siano giovani. Ma oggi le relazioni sono vissute in modo diverso, sta cambiando il concetto di amore», commenta Lucia Di Palermo, presidente Dpl Mediazione. «Sappiamo che il ciclo di vita della famiglia presenta crisi cicliche e c’è confusione fra sentimenti ed emozioni. Ancora in pochi parlano della separazione dei capelli grigi quando i figli escono di casa o dopo la morte dei genitori. Allora chi ha anche superato i sessant’anni non si identifica più nella relazione familiare. E’ un fenomeno in espansione». In questi frangenti critici entra in campo il mediatore, preparato dal puno di vista legislativo e psicologico.

La mediazione civile e commerciale, invece, per alcune materie è obbligatoria ed è regolamentata dalla legge 28/2010. «La Corte Costituzionale nel 2013 ha dichiarato illegittime alcune norme del decreto. L’Unione Europea ha sanzionato l’Italia per tale sospensione legislativa e il Decreto del fare nel 2013 le ha reintrodotte», come ricorda Lucia Di Palermo.

Il ministero della Giustizia ha elaborato i dati relativi al tentativo di conciliazione. Dal 2011 al 2017 si osserva un trend elevato di mediazioni, superiore a quota 150mila all’anno di media e su tutto il territorio nazionale. I dati fotografano una crescente fiducia nel ruolo del mediatore. Nel 2017 sono stati raggiunti 155.457 accordi. Una frenata brusca si registra nel 2013 (con sole 41mila mediazioni) dovuta alla sospensione dell’obbligatorietà della mediazione civile e commerciale. I contratti bancari (18,5%), così come la locazione (11,6%) o il condominio (12,7%) sono tra le prime materie per le quali più è richiesta assistenza. Ogni anno, inoltre, nel nostro Paese vengono avviate 3,5 cause civili di cui 180.000 legate a controversie condominiali, secondo il Censis. In Italia sono 24.096 i mediatori civili e commerciali presso le liste del ministero della Giustizia. Tra le voci anche le successioni ereditarie (4,7%), i risarcimenti danni da responsabilità medica (5,4%) e i diritti reali (14,8%) come proprietà, locazione molto altro. La presenza delle parti presenta un deciso incremento dal 27% del 2011 fino al 48,2% dell’anno scorso. Il picco più alto è stato proprio toccato nel quarto trimestre 2017. La mediazione ha come esito il raggiungimento dell’accordo nel 43% del casi e un accordo non raggiunto per il restante 57%. Si può affermare, con le dovute eccezioni, che più il valore economico è alto e meno le parti sono disponibili a un tentativo di conciliazione, come è evidente dal grafico.

Molto interessante interpretare la durata della mediazione. La procedura dal 2014 al 2017 ha avuto un tempo medio più lungo: nel 2014 si raggiungeva l’accordo nel giro di 83 giorni mentre tre anni dopo si impiegano circa 115 giorni. Perché?

«In alcuni casi gli organismi di mediazione si presentavano, la conciliazione non era accettata, si firmava il verbale negativo e si chiudeva il rapporto. Oggi l’iter viene sviluppato, si arriva anche a nominare un perito, cioè facciamo il nostro lavoro. Si allungano i tempi perché le mediazioni vengono fatte».

Non presenta importanti variazioni la distribuzione geografica della mediazione (Nord-Ovest 24%, Nord-Est 16%, Centro 21%, Sud 27%, Isole 12%). Eppure i mediatori e il loro lavoro soffrono di un mancato riconoscimento. Ma qualcosa sta cambiando. «Qualche settimana fa l’avvocato di controparte mi ha detto “è la prima volta che vedo fare la mediazione per amore e non per una parcella”. La cultura della mediazione si diffonde così altrimenti se non la si conosce si è ostili». È un’opportunità professionale per tutti. «Chi lavora con me è laureato in giurisprudenza, ma l’unico criterio necessario per diventare mediatore è la laurea non in una disciplina specifica». Non resta, allora, che entrare nella mischia.

 

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